La giustizia sociale antidoto alla criminalità. Il viaggio di Libera in America Latina

 

La legalità democratica deve affrontare e risolvere il problema della criminalità organizzata. È quanto stanno affermando in questi giorni (dall’11 al 18 dicembre) 50 organizzazioni di 11 Paesi del mondo ad Ubaque, in Colombia, alla seconda Assemblea della Red Alas – America Latina Alternativa Social. La rete nasce in Messico nel 2015, e, da allora, sta lavorando su diversi progetti nazionali ed internazionali per elaborare strategie di resistenza civile in grado di costruire alternative sociali, politiche e legali, al crimine organizzato. L’America Latina, sconvolta da potenti organizzazioni mafiose e da gruppi armati di diversa natura, è il posto più indicato per fare il punto sul bilancio del percorso sin quì avviato. Ne parliamo con Giulia Baruzzo di Libera internazionale, organizzazione italiana presente all’incontro e perno della rete.

Da quando siete nati come rete, nel maggio del 2015 in Messico, avete avviato 18 progetti di trasformazione sociale. Quali risultati avete ottenuto?

Anche se i 18 progetti sono andati molto bene, non li abbiamo ancora condivisi. In generale, il risultato più grande è la formazione di una rete a carattere nazionale delle organizzazioni della società civile che fanno parte della Red Alas. Ad esempio in Messico, grazie soprattutto a questa rete, c’è un’organizzazione, che raggruppa più di 20 associazioni, che ha sostenuto le attuali leggi sul riuso dei beni confiscati e sulla “desaparición forzada” (importante legge per dare verità, giustizia e garanzie di non ripetizione ai familiari delle persone, ufficialmente scomparse, vittime di sequestro di persona o di omicidio, ndr). Sempre in Messico, è stata approvata qualche giorno fa, invece, una legge orribile sulla sicurezza interna, perché legalizza la repressione delle manifestazioni della società civile. Questa rete messicana è in prima linea per opporvisi e per sensibilizzare l’opinione pubblica non solo sulla legge ma anche su cosa accade a livello di Presidenza della Repubblica. Dato che, in molti casi, i cittadini non lo sanno. In particolare, invece, abbiamo fatto una dichiarazione comune su 7 assi tematici in base ai quali abbiamo lanciato un bando interno, a cui tutti potevano partecipare presentando un progetto sulla base di una scheda a cui attenersi. Per esempio su “Prevención social y educación informal” (Prevenzione sociale ed educazione informale, ndr), che è uno degli assi tematici concordati nella prima assemblea (del 2015, ndr), ci sono stati 5 progetti tutti orientati all’educazione per i giovani, su educazione informale e attività ricreative. Ce n’è stato uno bellissimo, che è “Futuro scopio”: dei bambini di diversi paesi (Bolivia, Messico, Colombia) hanno imparato cos’è la fotografia, come si fa e a cosa serve. Hanno dovuto fotografare le loro realtà, analizzando prima i contesti. Questo, poi, è diventato una mostra e uno scambio (perché i ragazzi della Bolivia e del Messico hanno visto le foto della Colombia, e viceversa).

Nel 2017 avete sviluppato cinque ricerche di tipo partecipativo sull’utilizzo dei beni confiscati in altrettanti Paesi dell’America Latina. Di quali tipi di beni confiscati vi occupate? E com’è il processo partecipativo?

Dipende dal Paese. In particolare ci riferiamo ai beni criminali, e, quando è possibile, anche ai beni legati agli atti di corruzione, come per esempio in Guatemala. Dipende dalla legislazione specifica. Però, in generale, partiamo dalla tesi che la confisca dei beni ottenuti da attività illegali è uno strumento per attaccare la criminalità organizzata e la corruzione, anche a livello economico. È giusto mettersi ad analizzare e studiare, in questo senso, cosa avviene nel proprio Paese, per capire come implementare la legge o come scambiarsi buone pratiche a livello nazionale. Ma anche per promuovere, come obiettivo finale, l’uso sociale dei beni confiscati. Come facciamo in Italia.

La stessa cosa?

L’uso sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata che abbiamo in Italia è un caso unico al mondo. È una buona pratica che abbiamo solo noi.

Immagino sia il modello che state proponendo anche in questa rete.

Sì. Anche se, in realtà, non è un modello nuovo per Alas, dove parliamo da anni di questo, in relazione allo scambio delle buone pratiche. Però, per la prima volta, le organizzazioni di altri 5 Paesi hanno analizzato la situazione. Per individuare casi analoghi, magari legati alle buone pratiche sui beni comuni. Oppure nei casi in cui c’è una confisca ma in senso negativo (quando si abusa di questo strumento). Abbiamo cominciato a sviluppare una certa coscienza ed expertise sul tema, anche da parte di organizzazioni che non se ne occupavano direttamente. E ad ottenere dei risultati tangibili. Per esempio, nella nuova Costituzione dello Stato di Città del Messico, pochi giorni fa, è stata approvata una legge sull’uso sociale dei beni confiscati.

La rete si appoggia sul rispetto del principio di legalità e delle istituzioni pubbliche, per conservarle e difenderle. Ma cosa succede quando il crimine è commesso dallo Stato, come è avvenuto per lungo tempo in Colombia?

No, no, no. Una volta, effettivamente, si parlava più di questo. Adesso si parla prima di giustizia sociale e poi di legalità democratica. Non parliamo di “legalità”, ma di legalità democratica, e, prima ancora, di giustizia sociale, che è il nostro termine principale. Come Libera lo facciamo anche in Italia. In America Latina, come tu ben sai, è inutile parlare di legalità, perché la criminalità è dentro lo Stato, e la corruzione è uno degli strumenti più efficaci per realizzare uno “Stato criminale”. Quindi non possiamo parlare di legalità. La legalità è la conseguenza del fatto che c’è una buona politica, là dove esiste.

Restando alla Colombia, anche visto che vi trovate là in questo momento, qual è la situazione del post-conflitto? La popolazione si trova nella stessa condizione di pericolo e di abuso anteriore all’implementazione degli accordi di pace?

Non è facile risponderti. Se stiamo a quanto dicono le 15 associazioni colombiane qui presenti, il racconto non è univoco. Ma tutti sono d’accordo sul fatto che non si può considerare quello che c’è in Colombia, al momento, come “pace”. Se ci atteniamo ai dati che abbiamo, da Gennaio 2016 a Febbraio 2017 sono stati ammazzati quasi 180 difensori dei diritti umani. Riferendosi solo alla fase successiva alla firma degli accordi. Sulla base di questo dato potremmo dire che la situazione non è cambiata. In realtà, la società civile e le vittime del conflitto sono state abbastanza coinvolte nel processo di pace, e questo spazio di partecipazione ha creato una coscienza più o meno viva, almeno a livello di associazioni e organizzazioni sociali, anche in quelle che prima non si occupavano del tema della pace. Ieri abbiamo incontrato Rigoberto Perez, del Celan (Conferenza Episcopale Latinoamericana) e Diego Martinez (avvocato delle Farc, che ha collaborato alla scrittura degli accordi, a Cuba), e non parlano di pace in questo momento. Si riferiscono, invece, alla “Colombia del postconflitto”: pensano che in questo momento siamo nella fase della finalizzazione del conflitto, perché non si può dire che ci sia la pace sino a quando non verranno implementati i 6 punti degli accordi (riforma agraria, supporto alle vittime, fine delle coltivazioni di coca, disarmo, etc). Il sesto punto è particolarmente importante, perché fa riferimento alla necessità di creare delle strutture per implementare i primi 5. In questo momento si stanno creando queste strutture, che, faticosamente, stanno nascendo anche grazie alla partecipazione della società civile. Quindi è un buon momento. Anche se rischia di essere politicizzato dal nuovo partito delle Farc, che non sono più una guerriglia.

Quali sono le conseguenze positive e quelle negative dell’accordo di pace in Colombia?

La conseguenza più positiva è la nascita dell’idea di “giustizia riparatrice”. Data dalla consapevolezza che la verità completa, in un conflitto così lungo, è molto difficile da ottenere, ma che, allo stesso tempo, è possibile cominciare a parlare di riparazione del danno e dell’incontro tra vittime e carnefici. E che è possibile per i familiari collaborare alla costruzione di dinamiche non violente “dal basso”, o anche che, semplicemente, vengano riconosciuti come familiari delle vittime. Il che, in sé, è un cambiamento rilevante. Il vero dramma è che, a livello internazionale, gli accordi sono ormai considerati acqua passata. Si pensa, per questo, che gli aiuti non servano più, perché la Colombia è diventato un posto felice. Che non è…che non è…L’altro aspetto da considerare è che questa pace dà spazio agli investimenti internazionali, già presenti anteriormente, ma che, con la firma degli accordi di pace, sono più costanti. Sarà, quindi, più difficile fermare gli investimenti delle multinazionali. Se prima si aveva paura della guerriglia, quando, per esempio, si voleva comprare un pezzo di campagna adesso è molto più facile: visto che la maggiorparte delle armi sono state consegnate l’investimento internazionale è più facile. E non è qualcosa di positivo.

Possiamo dire che il narcotraffico costituisce il problema maggiore rispetto al crimine organizzato in Colombia, oppure, invece, la guerriglia dell’Eln, i gruppi dissidenti delle Farc e le Bacrim (i paramilitari) rappresentano il pericolo più grande?

Secondo le organizzazioni colombiane quì presenti, la corruzione è interna alle istituzioni di qualsiasi livello. Narcotraffico e corruzione sono i primi problemi. Conseguenza della corruzione è il paramilitarismo, che è soggetto a decisioni che stanno più in alto. L’omocidio dei difensori dei diritti umani non è casuale, questo è certo.

Veniamo a voi. Libera ha avviato i “viaggi della memoria e dell’impegno”. Ci puoi spiegare cosa sono e perché sono importanti?

Il progetto si chiama: “Giramondi-Atrevete mundo, i viaggi della memoria e dell’impegno”, ed esiste da 6 anni. Ogni anno, per far conoscere le associazioni della Red Alas, visitiamo un Paese specifico per 15 giorni, di solito nel periodo di Maggio. Siamo stati, per il momento, in Argentina, Messico, Colombia, Bolivia, Brasile, Guatemala. Non viaggiamo ovviamente per turismo, ma per conoscere quelle associazioni che, come Libera, lavorano, a livello locale, per realizzare un cambiamento nel loro Paese, e lo fanno in rete. “Giramondi”, quindi, è composta da un gruppo che vuole conoscere le organizzazioni non solo della rete Alas, ma anche di nuove. Queste associazioni vengono coinvolte durante il viaggio anche per sondare se vogliono entrare a far parte della rete. Cerchiamo, in sostanza, buone pratiche. “Atrevete mundo”, invece, è un progetto per i più giovani, ed è economicamente meno oneroso perché si dorme direttamente nell’associazione contattata o nelle case di privati (nella comunità dove c’è l’organizzazione da noi contattata). Lavoriamo con loro per una settimana o 10 giorni. Ossia rispetto alla loro disponibilità. Tutto il viaggio è organizzato dalle associazoni con cui ci gemelliamo. Noi facciamo solo una proposta e, se viene accolta, costruiamo insieme il programma. A noi va bene come loro vogliono essere conosciute. Per questo chi partecipa non sa bene cosa lo aspetterà. Sono viaggi importanti perché, in questo modo, facciamo conoscere all’Italia ciò che esiste in America Latina. In generale c’è un grosso problema di comunicazione, come si vede se consideriamo cosa sta succedendo quì questa settimana. Quindi avere l’opportunità di stare in un altro Paese, grazie ad una rete sociale di fiducia, permette a noi di fare sensibilizzazione su alcune tematiche, mentre permette loro di farsi conoscere e di entrare in contatto con altri soggetti, dato che, per esempio, con questi progetti coinvolgiamo anche ambasciate o facilitiamo incontri con altre istituzioni locali.

 

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